Elementi del progettare a scuola

Note, riflessioni esperienze
Un argomento difficile, quello del progettare. Anche perché si rischia di cadere spesso nella banalità. Preannuncio subito chprogettareascuola.jpge questa riflessione ha tuto il tono di un racconto, o meglio una riflessione autobiografica. Autobiografia è oggi un punto di vista essenziale, per tutti coloro che lavorano nella scuola. Ed io in primo luogo cerco di avvicinarmi a questa modalità, che scopro essere di grande aiuto.

Progettare, progettualità, progetto

Ci sono a mio parere quattro elementi che caratterizzano la cosiddetta progettualità ovvero “il progetto a scuola”:
1. Il lavorare insieme
E’ il grande tarlo della scuola d’oggi. E non penso di esagerare nell’affermare che è questo il vero disagio della scuola d’oggi.  Sto parlando di incapacità degli adulti di lavorare insieme, di sedersi attorno ad un tavolo e di dichiarare (come nei giochi delle carte) le proprie disponibilità, i propri interessi, le proprie emozioni. Elementi che restano e che comunque ci sono, ma che sono vissuti in maniera individualistica. E’ questa una situazione che si percepisce molto bene nella scuola secondaria, che in parte esiste nelle elementari e che rischia di contagiare anche la scuola dell’infanzia o scuola materna.
Nella scuola dell’infanzia questo fatto (il lavorare insieme) lo si può percepire ad esempio dalla scelta di lavorare o meno “a sezioni aperte”. Ma non solo. Se c’è un fatto che distingue la scuola dal semplice apprendimento individualistico è proprio questo: fare un cammino insieme, attenti a chi ci sta a fianco, e quindi mano nella mano. Oggi, come preside delle media e ieri come direttore didattico (ma adesso siamo tutti dirigenti?!), ho constatato quanto sia ricca la nostra scuola di bravi e competenti insegnanti. Docenti motivati, che si aggiornano, che sperimentano, che inventano, ma che fanno spesso tutto questo in una solitudine individualistica. E’ un esempio indiretto di “non scuola” che viene proposto agli studenti. A loro magari si dice: “dovete lavorare insieme!!…” e poi (noi adulti) lavoriamo da soli.

Dobbiamo contrastare questa tendenza, frutto - a mio parere - anche di una società che sempre più mira all’individualismo e al successo personalistico. Si tratta di adottare perciò strategie - ad esempio - di impiego diverso dei tempi di lavoro. L’incontro di programmazione-progettazione-ideazione settimanale di classe non può non diventare un’esigenza di tutti gli insegnanti. Non è possibile, ad esempio, che certi professori si incontrino insieme sei o sette volte all’anno per discutere degli allievi e delle attività di una classe con la quale si lavora insieme per almeno un anno. E questo accade tranquillamente nelle scuole secondarie.

Ecco un esempio di progettazione condivisa, sperimentata dal mio ex collegio docenti: ci si ritrovava all’inizio d’anno e ognuno di noi dichiarava le attività, gli interessi e le passioni personali. Quattro o cinque per persona. Dal gruppo scaturivano venti o trenta idee, che venivano poi declinate nei vari “campi di esperienza” e sintetizzate in otto o nove argomenti. Poi, messe insieme, una davanti all’altra le proposte, si chiedeva a ciascuno di esprimere il proprio eventuale veto. Ma si lasciava poi la possibilità al proponente di replicare e ri-motivare la proposta. Se la risposta era convincente, l’argomento rientrava in gioco e diveniva parte della progettazione delle scuole materne di circolo. Una progettazione condivisa da tutto il gruppo. Un po’ come il metodo della “scrittura collettiva” usato da don Milani e dai suoi allievi nella Scuola di Barbiana.
2. Il conoscere con chi si lavora
Sempre per stare all’esempio di Barbiana, c’è la famosa affermazione, di grande attualità, che sostiene quanto sia importante, per insegnare inglese, conoscere Gianni e non solo la lingua inglese. Questo fatto è sempre più vero. Sappiamo i nomi di tutti i nostri ragazzi? Ad occhi chiusi ne ricordiamo le fattezze del viso o il colore degli occhi? Di quanti ragazzi conosciamo le condizioni abitative e familiari? Esistono drammi personali dei ragazzi che non possono non incidere sull’apprendimento. Ne siamo consapevoli? Ma non solo: quali sono gli interessi dei ragazzi? Le loro passioni?
Un amico educatore racconta sempre – a tal proposito – la metafora del pescatore. Dice in sostanza: per interessare i ragazzi ad una esperienza è come andare a pesca: bisogna usare l’esca giusta per ogni pesce. Ma i ragazzi con cui lavoriamo, se non li conosciamo, come possiamo farli abboccare. Non può esistere progettazione senza conoscere gli attori del progetto, che, in questo caso, oltre ai docenti, sono i ragazzi stessi.
3. Il saper esplorare il contesto
Il contesto è dove avviene il tutto. Quanto siamo immersi nel contesto in cui lavoriamo? Quante sono profonde le nostre radici in quel luogo, in quella situazione?  Non necessariamente dobbiamo essere nati e vissuti nel contesto scolastico in cui lavoriamo. Ma, per usare termini utilizzati in settori più o meno vicini alla scuola, dobbiamo “inculturalizzarci” o meglio “incardinarci”. Dobbiamo cioè capire la cultura di un luogo e legarci a quel luogo così come la porta che è tenuta e ancorata dai cardini. Non è possibile una educazione asettica, identica in ogni scuola. Non siamo né fotocopie né cloni. Qui entra in gioco la biodiversità, che è la caratteristica essenziale del mondo.
Ogni luogo è diverso da un altro. Non possiamo omologare le nostre proposte come fossero bibite gassate o panini inventati da ditte che poi li propinano uguali in tutto il mondo. Io sono, ad esempio, per la piadina della Verdiana (la mia mamma), che è diversa da quella che cuoce l’ispettore Gabriele Boselli (noto per le sue passioni culinarie) o che possiamo mangiare nell’osteria del castello di Sorrivoli (dove trovo spesso amici con i quali mi siedo attorno ad un buon piatto).
4. L’avere motivazioni, sensibilità, ideeNon si può fare scuola senza avere delle idee, senza pensare a rendere più bella e felice la vita degli uomini e delle donne. In un libro letto alcuni anni fa mi ha colpito l’affermazione che “…non si può lavorare nella scuola se si è pessimisti”. Io aggiungo che non si può lavorare nella scuola se non si ha un’idea dichiarata sul mondo e sugli esseri che lo abitano.

E il mondo è abitato essenzialmente da due tipi di uomini e di donne: i nomadi e gli stanziali. Potremmo anche suddividerli in pastori o agricoltori. A volte queste due condizioni sono in ciascuno di noi, in diverse momenti o fasi della nostra vita: c’è il tempo per viaggiare, per andare, e c’è il tempo per stabilirsi, per fermarsi. E comunque anche l’andare implica spesso una meta a cui giungere o una Itaca a cui ritornare. Credo che tutto questo si possa capire meglio usando e proponendo alcune metafore. Per quanto mi riguarda ne ho sperimentato alcune che trovo eccellenti per rendere concreta l’idea del progetto. Sono la metafora del viaggio (la gita scolastica), della realizzazione di un libro, della messa in scena di uno spettacolo teatrale, o della coltivazione di un orto biologico a scuola.

Sono quattro esperienze che, sprogettareascuola.jpge vissute insieme ai colleghi e ai ragazzi, mettono in gioco competenze varie, contatti, relazioni interpersonali, documentazioni, raccolta di dati. Sono cioè esperienze apparentemente semplici, ma di fatto estremamente complesse e concretamente didattiche (nel senso più ampio del termine).

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pubblicato il 2013/01/25 13:19:20 GMT+2 ultima modifica 2013-01-25T14:19:00+02:00

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