Gli insegnamenti di un padre

I maestri insegnano spesso con le parole, ma il grande insegnamento di un padre è fatto di esempio quotidiano e di tanti piccoli gesti concreti

Manifesto.jpgNostro padre, è morto il 22 febbraio di quest'anno, dopo un'intensa sofferenza durata nel suo culmine due mesi. Abbiamo voluto farlo sapere agli amici dei luoghi in cui è vissuto con queste 5 parole: un uomo grande, buono, generoso, umile.

Giorgio era grande, alto due metri: è raro trovare persone di questa statura nate fra la prima e la seconda guerra mondiale. Anche nel dolore e nella morte ha saputo dimostrare il suo "essere grande". Era sereno, per quanto sia sempre difficile essere sereni nel dolore. Il dolore non appartiene all'uomo, se non brevi periodi e sempre, in noi, c'è la ricerca di modi appropriati per minimizzarlo o eliminarlo.

Giorgio, che ha vissuto tre quarti di secolo con grande autonomia, libertà e forza fisica, è riuscito ad accettare uno stato fisico di dolore, di immobilizzazione e di debolezza. Una condizione che lo ha reso senza forze fisiche, piccolo fino al punto da dover accettare tutte quelle cure che sono riservate alla condizione infantile. Ci vuole un grande coraggio per non disperare in queste condizioni. Ma a lui (come anche a nostra madre) il coraggio non mancava. Insieme sono sempre stati disponibili a sperimentare le novità.

L'ultima è stata  l'aver accettato la sfida di costruire, nel loro piccolo podere di campagna, il laboratorio delle tecnologie appropriate e delle abilità manuali. Forse Giorgio questa definizione - tecnologie appropriate - non l'ha mai compresa fino in fondo. Ma si è fidato dei suoi tre figli e ha avuto la voglia di gettarsi in questa impresa all'età di 72 anni, ben sapendo che non avrebbe trovato alcun beneficio economico, ma solo preoccupazioni. È grazie a lui e a nostra madre che ora in Italia abbiamo una struttura che è "…luogo di incontro di persone, luogo di studio e ricerca, luogo di documentazione, e officina di lavoro manuale e di esperienze". Costruire un luogo del genere è stata un'avventura anche per quel che riguarda l'aspetto metodologico e strutturale. Nella costruirlo si sono usati i principi della bioarchitettura. Anche i materiali adottati, con la prevalenza del legno, erano quasi tutti nuovi. Ma sono state accolti con grande favore.

Una vita e una storia di novità

Giorgio ha voluto provare l'esperienza di costruire le prime serre a tunnel più di trent'anni fa per produrre ortaggi, praticando l'agricoltura intensiva. Le prime strutture furono costruite con sottili pali di legno di castagno. Poi è passato al ferro. L'autocostruzione era pratica quotidiana: partiva da un'idea, la progettava, passava alla fase di realizzazione e poi al montaggio. Ha costruito da solo perfino serre a due acque con pareti verticali. Ora ci sono ditte specializzate che le realizzano e le montano. Ha avuto il coraggio, di cambiare indirizzo agronomico, appena si è accorto che la pratica dell'agricoltura intensiva era un suicido. Si è quindi dedicato all'agricoltura biologica scegliendo di sedersi anche nei banchi di scuola per le lezioni dei primi corsi di agricoltura biologica. Questo all'età di 56 anni, lui che era riuscito appena a fare la 5 elementare. Inizialmente, quando andava al mercato orotofrutticolo per vendere i suoi prodotti "biologici", è stato deriso e sbeffeggiato dai colleghi. Ora questa esperienza in molte parti dell'Emilia Romagna è il modello da seguire.  Ha contribuito, lui che sempre creduto alla solidarietà e al mutuo appoggio, a fondare la cooperativa Agrobiologica Mustiola, di Cesena.

Ha avuto la voglia all'età di 65 anni di salire su un a aereo e andare, prima in Olanda, poi in Spagna e infine in Sicilia, per vedere come è strutturata l'agricoltura biologica in questi luoghi e per imparare cose nuove. I campi che ha coltivato insieme a Verdiana - in questi cinquant'anni - sono stati luogo di sperimentazione, da parte dell'Università e dell'Istituto Tecnico Agrario di Cesena. Si prestava alla ricerca e lui stesso progettava e sperimentava nuovi strumenti di lavoro. Era in grado di smontare da solo una motocoltivatrice o un trattore e rimontarlo. Ha progettato e costruito stufe, che si alimentavano coi residui delle produzioni agricole (ad esempio i noccioli delle pesche) per riscaldare la casa.

Nella sua casa ospitalità e accoglienza hanno sempre avuto dimora; italiani e stranieri qui hanno dormito e qui si sono seduti a tavola convivialmente. E così è stato anche per i bambini, quando - una decina di anni fa - l'associazione GRTA (Gruppo di Ricerca sulle Tecnologie Appropriate), all'interno dell'azienda, iniziò un percorso didattico con la cosiddetta "aula di ecologia all'aperto". In questo progetto ha permesso di realizzare uno stagno naturale per poter fare attività d'osservazione.

Insieme alla moglie Verdiana, Giorgio ha lasciato a noi tre figli la libertà di scegliere i propri stili di vita, il lavoro e le scelte politiche. Le discussioni non mancavano, ma erano come il sale nel cibo: davano sapore. Era conosciuto da tantissime persone ed era stimato. Lo testimoniano le tante lettere pervenute in queste settimane, le telefonate e la folla di persone che ha voluto partecipare al funerale. Durante l'ora della messa è nevicato (quando nevica non è brutto tempo!) intensamente, coprendo le centinaia di persone che non sono riuscite a trovar posto nella piccola chiesa di Molino Cento, che - contro il parere del Vescovo - insieme alla comunità e al parroco, Giorgio aveva voluto costruire esattamente 20 anni fa.

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pubblicato il 2013/01/25 12:16:26 GMT+1 ultima modifica 2013-01-25T13:16:00+01:00

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