martedì 24.04.2018
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La scuola che vorrei

Alcune idee di Gianfranco Zavalloni su una possibile futura riforma…

Per iniziare, alcune sintetici ricordi a mo’ di premessa. Ho vissuto 4 anni di pluriclasse (mista) elementare (in campagna) bellissimi, per poi passare in una quinta “maschile” (in città) in cui ho scoperto l’uso, da parte del maestro, della “bacchetta”. Era il 1967/68!

Una Scuola Media praticamente senza ricordi, se non la memoria di una professoressa di italiano che ha posto le premesse per farmi odiare per tanti anni tutto quello che è romanzo, poesia o letteratura in genere.

Liceo Scientifico ricco di stimoli “socio-politici” con un professore di filosofia “apertissimo alle nostre domande”.
Infine un ottimo finale all’Università di Bologna, con il professor Carlo Doglio, vero “tutor” per noi laureandi in periodo di tesi. Dopo la laurea, il pofessore voleva che i suoi neo-laureati facessero della loro tesi argomento per una lezione universitaria ai suoi studenti. Un rinforzo incredibile, un’iniezione di fiducia.

OGNI INSEGNANTE DOVREBBE AVERE UNA “IDEA DI SCUOLA

Ripensando alla mia esperienza scolastica, aggiungerei che oggi tutti noi che lavoriamo – quotidianamente -nella scuola, dovremmo avere una ”nostra idea” di scuola.  Una “scuola ideale”, che ogni giorno confrontiamo e mediamo con la “scuola reale”, quella in cui  ci troviamo a lavorare, insieme a bidelli, segretarie, docenti, studenti, colleghi e famiglie.
Personalmente, dopo 25 anni di lavoro nella scuola (16 da maestro e 9 da direttore e preside) ho “in testa” una mia organizzazione ideale di scuola, con tempi, strutture, programmi e didattiche; una proposta di scuola, che  meglio definirei “…la mia riforma”. Ed ecco i punti (estremamaente sintetici) la mia proposta di riforma.

1. GIOCO - STUDIO - LAVORO MANUALE =  SCUOLA

Nelle società moderne la quasi totalità delle scuole sono centrate su alcuni cardini: l’apprendimento cognitivo, lo studio mnemonico, l’interrogazione-interrogatorio. È così che la scuola è un divenuta un “obbligo” da “sopportare”. La scuola, che non dovrebbe andare mai oltre un tempo della durata di 24 ore settimanali, dovrebbe – invece - essere una giusta miscela di piacere, impegno e competenze. Io identifico queste tre componenti ne:
  • il gioco (strumento ideale per apprendere le regole e per maturare nelle relazioni sociali);
  • lo studio nelle sue componenti fondamentali dello scrivere-leggere-far di conto (le componenti culturali della simbolizzazione e della comunicazione);
  • il lavoro manuale (per educare il corpo all’uso di tutti i sensi e per imparare a vivere nel mondo con responsabilità). Tutti i giorni c’è da spazzare, pulire, preparare le merende o il pranzo, fare acquisti, accudire il cortile, coltivare l’orto scolastico…. Perché non farlo con gli studenti stessi.

Il tempo scolastico dovrebbe essere quindi suddiviso in tre parti, un terzo da dedicare al gioco, un terzo allo studio, un terzo ai lavori manuali.

2. UNITARIETÀ DEL SAPERE E DEI TEMPI

Va da sé che un’organizzazione di 24 ore, suddivise in 8 ore di gioco, 8 ore di studio e 8 ore di lavori manuali, non può avere una suddivione in orari rigidi, né una parcelizzazione del sapere in innumerevoli discipline con relativi programmi definiti nei minimi dettagli. Stiamo parlando di una scuola di base, per un’alfabetizzazione e una istruzione che fino a poco tempo fa si definiva dell’”obbligo”. Una scuola che tutti i professori e i maestri d’Italia, con la loro preparazione e competenza, dovrebbero/potrebbero svolgere in maniera indistinta. E’ chiaro che qui può essere di grande aiuto quella ricerca fatta negli anni scorsi e che aveva portato a cercare di definire quali erano i “saperi minimi, di base, quelli essenziali”.

E poi bisogna pensare a nuove strategie o modalità didattiche. La scuola italiana, ad esempio, ha dimostrato di fallire per quanto riguarda le lingue straniere, la musica o la pittura. Non ci vuol molto a capire che queste discipline “vanno sperimentate sul campo” e non apprese cognitivamente. “Chi ascolta dimentica, chi vede ricorda, chi fa impara”.

3. SEDICI (16) IL NUMERO MASSIMO PER CLASSE E IL MUTUO AIUTO

Classi di 23 – 28 allievi: è praticamente impossibile la gestione della didattica quotidiana! Una classe ideale va dai 12 ai 16 studenti. Un numero ragionevole per favorire relazioni, per permettere il lavoro a piccoli gruppi, per dare spazio alle personalità di ciascun allievo. In meno, con meno ore, si fa di più; provato personalmente! E poi, in queste condizioni, emergono le opportunità di sperimentare la funzione del tutor, o meglio del “prendersi cura”: il più grande che aiuta il più piccolo. Non sarebbe questo il vero modo per “verificare gli apprendimenti”, per mettere alla prova le competenze e le padronanze, in campo sociale e cognitivo.

4. GLI INSEGNANTI E IL LORO ORARIO E LA GIUSTA RETRIBUZIONE

Preparare i materiali per le lezioni, correggere i compiti, aggiornarsi, documentare il lavoro didattico, redigere progetti, mantenere contatti… Eppure l’opinione pubblica è convinta che maestri e professori lavorino 22 o 18 ore alla settimana. L’orario settimanale (da svolgere nelle quasi totalità a scuola) dovrebbe essere di 30 ore la settimana, da suddividere in 16 di insegnamento e 14 di tutto il resto. E con questo orario dovrebbero essere eliminate due grosse problematiche della scuola: le sostituzioni per supplenze (che a questo punto dovrebbero essere praticamente tutte interne) e tutta la questione del cosiddetto “fondo di istituto” che serve per le cosiddette ore aggiuntive.
Va da sé che, anche sindacalmente parlando, la retribuzione degli insegnanti dovrebbe essere aumentata. Una gran parte - poi- della “formazione iniziale” degli insegnanti dovrebbe svolgersi con “tirocinio pratico” nelle scuole stesse.

5. PICCOLE SCUOLE E PLURICLASSI PER LAVORARE MEGLIO

Tutto questo tipo di organizzazione presuppone una semplificazione nella organizzazione scolastica. E questo è ancor più facilmente raggiungibile se le scuole saranno “tarate” su dimensioni minime e con una loro vera “autonomia”. Non  quindi grandi numeri, grandi istituti. Ma scuole di piccola e media dimensione, decentrate sul territorio. Questi eviterebbe le spese di trasporto-spostamento-deportazione degli studenti che vivono nelle realtà più isolate (di montagna o di campagna). Per permettere questo dovremmo uscire anche dalla logica delle classi formate per anno scolastico. Possono cioè diventare “norma” quelle che un tempo erano le eccezioni, ovvero le cosiddette pluriclassi, che vedono al loro interno bambini di età verticali. In queste scuole non dovrebbe esistere il ruolo del “dirigente-manager” (come continuano tutti - dai sindacati al ministero - a menarla) ma la funzione di coordinatori-direttori che abbiano anche un metà tempo dedicato all’insegnamento. Un modello tuttora presente in molti paesi europei.
E poi ci sarebero i temi del dentro-fuori, della lentezza, della bellezza…!!

A MO DI CONCLUSIONE

Una scuola così concepita è una scuola che non può che avere insegnanti molto motivati. Quelli che sia Edgar Morin che Don Milani definiscono “insegnanti per missione”. E un buon insegnante, consapevole di non essere onnipotente, sa – in quella determinata condizione - anche da chi farsi aiutare, senza per questo abdicare ad altri il proprio ruolo… che è sempre, anche senza volerlo, sia istruttivo che educativo. Forse dovremmo anche noi farci aiutare da chi la scuola l’ha fatta anche “pensandola”. Penso in questo momento a figure come ad Alberto Manzi, a Maria Maltoni e la scuola di San Gersolè, al maestro Mario Lodi, a Don Milani a Barbiana, al Margherita Zoebli e il suo Centro Educativo Italo-Svizzero.
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ultima modifica 25/01/2013
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