martedì 24.04.2018
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Luc Ferry: Conoscere il mondo per sapere chi siamo

Un'intervista all’ex Ministro dell'Educazìone Nazionale francese

Discendente di Jules Ferry, il fondatore della scuola pubblica francese, il filosofo Luc Ferry è stato ministro dell'Istruzione nel governo Raffarin dal 2002 al 2004; conclusasi quella parentesi, è tornato alla sua attività di pensatore.

Sposato e padre di tre figlie, ha scritto numerosi saggi, tradotti in venticinque lingue, tra cui "Che cos'è l'uomo?", "Sui fondamenti della biologia e della filosofia" (Garzanti, 2002) e "Al posto di Dio" (Frassinelli,1997). Una sua convinzione è che i giovani debbano girare il mondo e lavorare per qualche tempo all'estero, perché, dice, non si conosce il proprio Paese se non lo si è guardato da lontano.

Sostiene che in Europa ci vorrebbero più progetti Erasmus e un Peace Corps come quello che nell'America di Kennedy mandò un esercito di giovani volontari a insegnare nel Terzo Mondo. Conoscendo il diverso, infatti, si può servire meglio il prossimo e dare un senso alla propria vita.

Lei afferma che oggi l'uomo è in cerca più che mai del significato della vita, della vecchiaia e della morte. Anche la filosofia può aiutarci a dare un senso?

Tutte le religioni e le filosofie sono discorsi di salvezza per l'uomo; salvezza dalla morte, ma anche dalle piccole morti che costellano la nostra esistenza: solitudine, assenza, dolore... Le religioni ricorrono a Dio per salvarci; le filosofie, invece, aspirano a salvarci da sole con ogni genere di proposte, ad esempio come quella buddista. Oggi, poi, ci sono altre proposte più moderne come lo scientismo di Jules Verne: se aggiungi anche solo una piccola pietra all'edificio eterno della scienza, vivrai con esso. Per questo valeva la pena rischiare la vita per arrivare sulla Luna per primi. E poi ci sono le salvezze di Stato, nazionali o nazionaliste. L'inno cubano contiene un verso molto esplicito: "Morire per la patria è vivere…”

Lei invita i giovani a viaggiare di più per conoscere il mondo e così poter essere più utili agli altri.

Il bellissimo discorso tenuto dal premio Nobel per la letteratura V. S. Naipaul a Stoccolma spiega il mio pensiero meglio di quanto potrei fare io: "Ho passato la mia  vita tentando di ampliare la mia mente e la mia visione del mondo, e poi, quando sono tornato a casa, ho scoperto chi ero". È un'areté, una virtù, un ideale elementare di superamento di sé. Quello che riceviamo al momento della nascita non ce lo siamo guadagnato, ma quello che lasceremo morendo sì. Partiamo dal particolare delle nostre origini, fatto dell’idioma materno, di una religione, un ceto sociale, una famiglia, nei quali siamo radicati come una pianta, ma da lì dobbiamo elevarci: crescere con fatica e sacrificio per entrare in contatto col resto dell'umanità.

Non c'è il rischio di diventare degli sradicati?

Un esilio forzato e traumatico, per motivi politici o per fame, quello sì è uno sradicamento.
Quello che predico io, invece, è un esilio in nome della generosità e di un ideale: imparare altre lingue, scoprire altre culture e conoscere nel significato biblico di questa parola, che è amare. Costa fatica, ma fa crescere.

Da giovane mise in pratica questo principio?

Sì, andai a studiare in Germania. Così ho imparato un'altra lingua e ho scoperto che c'erano anche altri modi di vedere il mondo. Da allora procuro di continuare questo processo di ampliamento della coscienza e di universalizzazione dell'io, che poi non è altro che il messaggio cristiano secolarizzato. E questo arricchimento continuo di sé è la riposta alla domanda: perché invecchiamo? Invecchiare è crescere per gli altri.

Le è servito anche per fare il ministro?

Il termine ministro è altisonante, ma la disgrazia della nostra società non è l'eccessivo potere dei politici, bensì la loro mancanza di potere. In una società democratica la politica è come il puledro cavalcato in un rodeo: non lo si può far andare in nessun posto, si può solo tentare di mantenersi in sella il più a lungo possibile. Chi riesce a resisterci di più è giudicato il migliore.

Lei ci ha resistito due anni: non c'è male.

Sono riuscito a fare due cose prima di essere sbalzato di sella: l'istituzione di gruppi di non più di dieci bambini per imparare a leggere, e che i fallimenti scolastici non vengano affrontati con ore in più di studio per recuperare.

Non è il modo migliore per rimediare a una bocciatura?

No. Se sei un bambino che odia la scuola, la cosa peggiore che ti possano fare è darti più scuola. Io invece ho introdotto un programma alternativo di navigazione fluviale, restauro di mobili, meccanica: i bambini sperimentano tutte queste attività e così possono scegliere un mestiere per il futuro. É stato il mio successo.

Luc Ferry
FILOSOFO E MINISTRO
Luc Ferry è un filosofo ed ex-professore, nato il primo gennaio 1951 a Colombes nella regione delle Hauts-de-Seine.
E’ sposato con Marie-Caroline Becq de Fouquières e ha 3 figlie. Critica gli ecologisti nella sua opera “Le nouvel ordre écologique, l'arbre, l'animal et l'homme” (Il nuovo ordine ecologico, l'albero, l'animale e l'uomo). E’ stato ministro dell'educazìone nazionale in Francia sotto il governo di Jean-Pierre Raffarin fra il 2002 e 2004. La sua retorica da filosofo, il suo look giovane (capellì lunghi, piccoli occhiali tondi, cravatta rossa) e le sue ripetute apparizioni televisive in trasmissioni letterarie fanno dire ad alcuni che è il prototipo puro della "comunicazione alla Raffarin".

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Pubblicato il 25/01/2013 — ultima modifica 25/01/2013
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